Il sole di Santa Clara, la Sierra "che ti ha visto vincitore" e i sigari del Caribe. Questo si respira, si mangia, si assapora lungo i lenti minuti che accompagnano la visione dell'ultimo di Soderbergh. La storia del Che non è un argomento facilmente accessibile, maneggiare gli eroi umani è sempre un'impresa piuttosto delicata. Fino adesso ci era ben riuscito Walter Salles, che si era calato nella dimensione liberatrice del giovane Che Guevara, tra pensieri di uguaglianza, riprese dell'America selvaggia e archetipi fenotipi narrativi di Sebastiao Salgado.
Mai facile parlare di combattenti che fanno dell'ideologia la loro bandiera, che corrono eroicamente contro il pericolo e la morte con la bandiera rossa. L'approccio è dei migliori, lascia parlare il Che quando si tratta di ideologia, e lascia parlare le immagini quando si tratta di combattimento. A parlare è il Che del discorso all'Onu del 1964, è il Che dei campi di addestramento alla guerriglia e alla rivoluzione. A parlare sono immagini concitate di lotta urbana di piani sequenza e di inseguimenti quasi telecamera in spalla.
Il lavoro di Soderbergh è ben fatto, non corre nel classico rischio dell'agiografia, nè scontenta i molti che come il sottoscritto ancora ricordano con piacere quella foto di Alberto Korda e che hanno quella foto nel terzo cassetto dell'armadio, stampata su una maglietta.
Forse un po' lento a tratti, ma uno splendido Benicio del Toro ci ricorda l'importanza della recitazione nel cinema degli special effects. In attesa dell'inizio della guerriglia.
(un 7, convintamente)
lunedì 4 maggio 2009
Iscriviti a:
Commenti (Atom)