Sono sempri tempi duri per il Toro. A parte qualche momento della storia, i colori bianconeri hanno sempre oscurato, in quanto a vittorie, il cosiddetto cuore granata. Epperò questa squadra operaia dal glorioso e sfortunato passato è sempre pronta a stringersi intorno alla sua storia e a tirare fuori la grande prestazione delle ultime giornate che ti permette il colpo di reni, per restare in serie A. Questo per il calcio pane e salame, il calcio d'altri tempi, di Rivera che non si sporcava gli scarpini e di Giuanin Lodetti. Clint Eastwood fa un'operazione non troppo dissimile, e lo fa con la grande saggezza di chi sa che alcune delle idee dei nostri padri ci permetterebbero di affrontare con serietà anche situazioni molto "moderne". E qui che Eastwood ci regala uno splendido film sull'integrazione, certo, ma in particolare sui valori e sullo spirito della vecchia America. L'America della Grande Mela e l'America della frontiera. L'America in cui sono l'onestà e il lavoro a consegnare i galloni della civiltà. L'America in cui un figlio che ha dimenticato i valori della Rivoluzione del 76 non è più degno di rispetto del giovane cinese con tanta voglia di lavorare. Un messaggio semplice, semplicistico forse, ma che vale sempre la pena ricordare, con rispetto per noi, con orgoglio per loro.
Ma continuando a sottolineare quanto Gran Torino sia un film sull'America e non sulla Cina, sull'anima profonda degli Stati Uniti e non sull'atomica iraniana, aggiungo che qualunque altro regista ci avrebbe regalato il solito pout purri di buonismo. Clint Eastwood invece ci regala un film brillante, che strappa addirittura qualche risata. Il regista è anche indiscusso e imbattibile protagonista, vecchio uomo d'onore con le sue rigidità e i suoi insostituibili valori. Bravo Clint, un bel film, anche coraggioso. Un film di cuore e non troppo di testa, un film in cui la storia e il carisma del grande attore vengono prima dei piani sequenza o del montaggio. Un film da cuore granata, dagli angoli non smussati, che ti pungono, e ti commuovono. Come il ricordo dello scudetto 76, o come quello splendido, storico Gran(de) Torino.
(un bel 7,5 almeno)
lunedì 6 aprile 2009
Bittersweet Life
Ci sono dei momenti in cui odio profondamente essere me stesso. Ad esempio quando apro una cartella da 39 Giga e scopro di dover visionare ancora un'ottantina di film che spaziano tra l'espressionismo tedesco, il neorealismo italiano e il trash americano...
E tuttavia alle volte questa fatica viene ripagata, quando tra il pantano della mediocrità il setaccio trattiene finalmente una piccola pepita. E il caso di Bittersweet Life, gioiellino coreano di Kim Jee Woo, gangster movie di classe e dalla raffinata estetica. C'è dentro un pò di tutto a dir il vero, da Tarantino, a De Palma, a Park Chan-Wook e a John Woo; persino un omaggio al buon Fellini. Un mix bizzarro, ma che tranne qualche sporadica caduta nel grottesco risulta eccezionalmente efficace, visivamente ammaliante. Le coreografie sono ottime, realistiche ma eleganti, incorniciate da una fotografia patinata come una copertina di Vogue. Un noir luccicante, laccato di fresco. Oltre al tema principale della vendetta poi, ho particolarmente apprezzato nell'intreccio la piccola ma fondamentale citazione del day-dreaming, quella attività tanto cara a Poe e a me, nella quale si dipingono, nelle pieghe di un attimo, tanti piccoli paesaggi di sogno. Dolci, dolcissimi, e alle volte anche un pò amari.
E tuttavia alle volte questa fatica viene ripagata, quando tra il pantano della mediocrità il setaccio trattiene finalmente una piccola pepita. E il caso di Bittersweet Life, gioiellino coreano di Kim Jee Woo, gangster movie di classe e dalla raffinata estetica. C'è dentro un pò di tutto a dir il vero, da Tarantino, a De Palma, a Park Chan-Wook e a John Woo; persino un omaggio al buon Fellini. Un mix bizzarro, ma che tranne qualche sporadica caduta nel grottesco risulta eccezionalmente efficace, visivamente ammaliante. Le coreografie sono ottime, realistiche ma eleganti, incorniciate da una fotografia patinata come una copertina di Vogue. Un noir luccicante, laccato di fresco. Oltre al tema principale della vendetta poi, ho particolarmente apprezzato nell'intreccio la piccola ma fondamentale citazione del day-dreaming, quella attività tanto cara a Poe e a me, nella quale si dipingono, nelle pieghe di un attimo, tanti piccoli paesaggi di sogno. Dolci, dolcissimi, e alle volte anche un pò amari.
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