lunedì 18 aprile 2011

Nanni, una fuga

Nottata complicata.
C'è un regista italiano, amato e odiato. Qualunque siano i sentimenti che si nutrono per lui, c'è una verità del tutto chiara: l'uomo fa parlare (poco) di sè, il regista invece coinvolge, riflette, fa riflettere. L'ultimo filmetto, torna comodo, è giusto una riflessione sulle responsabilità della vita, sul "posto nel mondo", e.g. la ricerca infinita dell'onda giusta. Quella che insegui per mezzo mondo, e poi un giorno trovi. Ma la verità è che non ti sarai mai allenato abbastanza.
Ora, la prima parte dell'ultimo Nanni corre come una gazzella, travolgente, perchè mischiare sacro e profano, perfezione divina e imperfezione umana, protocollo vaticano e crudele ironia morettiana è classe vera, di quella che in Italia, ormai, vedi poco anche sui campi da calcio. Del perchè un uomo non è un santo, non è un leader e non è obbligato ad esserlo.
Gli angusti, ma sfarzosi, vasti e affolati spazi vaticani, sono una trappola. La trappola del troppo, la trappola del poco. Anche la cappella Sistina diventa uno spazio umano, lo spazio del limite, della solitudine. Lo spazio della vittoria e dell'umile sconfitta (?).
La seconda parte diventa impegnativa, si incunea su Chekov, e Nanni calca la mano anche sul lato personale, il torneo di pallavolo, paradosso grottesco degno dei bei tempi. Qui gli angoli si fanno più aguzzi, il ritmo cala, si comincia a sudare. Un po' si soffre con il papa in crisi, e la fine arriva sostanzialmente inesorabile.
Ma chi può dire di essere all'altezza dei propri compiti? Quanto costa segnare il limite, con cosa si misura l'eccezionalità umana? Vale la pena una riflessione sul proprio ruolo, e sul proprio "posto" nel mondo? E per sentirsi più vicini a Dio, basta convincersi di esserlo?
Sembra che Nanni se lo sia chiesto parecchio, ovviamente non ha una risposta. Ci racconta, e per davvero, cosa vuol dire incagliarsi, o perdere l'ancora, o cercare risposte complicate, che probabilmente non si trovano, quaggiù.

(7,5 e pollice su.)

mercoledì 17 giugno 2009

Ultimo racconto ramingo

Quando un ramingo si perde, il mondo cambia. Devia dal suo corso naturale, si ritrova in un'altra realtà, il ramingo, vagabondo e coraggioso esploratore della vita, attraversa il suo deserto, prepara un futuro, costruisce una speranza. Il deserto si accorcia, le strade si moltiplicano, le vite corrono, intrecciandosi.
Quando si incontrano due raminghi, due mondi cambiano. Due mondi s'incontrano, due strade si incrociano, due deserti si abbracciano, due speranze nascono. I viaggi diventano percorsi, i percorsi diventano distanze, le distanze diventano avanguardie, le avanguardie diventano futuro.
Così, un ramingo si perde, nel porto di Le Havre, ritorna dalla guerra, trova un cane, un pittore, un povero barista. Incontra Le Quai Des Brumes, troppo brumoso, nebbioso, misterioso per essere suo. Ma un ramingo ne incontra sempre un altro prima o poi; Jean e Nelly, due raminghi che corrono, scappano preparano una speranza.

Ma quando due raminghi viaggiano insieme, e bruscamente si dividono, un mondo muore. Quando due raminghi condividono scarpe, sogni, borracce e coperte, devono fare la conta, spartirsi la vita, e entrambi rimangono inevitabilmente senza qualcosa. Quando due raminghi scappano l'uno dall'altro, quando due raminghi non si sentono, quando si trovano in due valli diverse, quando non c'è voce che li collega, i raminghi rischiano di perdersi in un nuovo deserto, stavolta sconosciuto. o peggio in una giungla. E ci sono molti tipi di deserti, c'è il deserto della sabbia e della polvere. C'è il deserto del freddo e del ghiaccio. E ci sono molti tipi di giungle, c'è la giungla del Rio, e c'è la giungla d'asfalto. E' nella giungla d'asfalto, dove le persone si perdono, non si ascoltano, non si parlano, non si capiscono, che i raminghi rischiano di dividersi. Lì hanno una missione imponente, difficile, impossibile. Resistere. E quando smettono di ascoltarsi, quando scendono due vallate diverse inciampano, perdono i sensi, e non si trovano più. Gli errori sono sempre dietro l'angolo, dietro ogni palazzo. Ma i raminghi si aspettano, dietro il bancone di un bar. Un giorno si ritrovano, o si spengono tristemente. Come lucciole, in un temporale di città.

lunedì 4 maggio 2009

Aprendimos a quererte

Il sole di Santa Clara, la Sierra "che ti ha visto vincitore" e i sigari del Caribe. Questo si respira, si mangia, si assapora lungo i lenti minuti che accompagnano la visione dell'ultimo di Soderbergh. La storia del Che non è un argomento facilmente accessibile, maneggiare gli eroi umani è sempre un'impresa piuttosto delicata. Fino adesso ci era ben riuscito Walter Salles, che si era calato nella dimensione liberatrice del giovane Che Guevara, tra pensieri di uguaglianza, riprese dell'America selvaggia e archetipi fenotipi narrativi di Sebastiao Salgado.
Mai facile parlare di combattenti che fanno dell'ideologia la loro bandiera, che corrono eroicamente contro il pericolo e la morte con la bandiera rossa. L'approccio è dei migliori, lascia parlare il Che quando si tratta di ideologia, e lascia parlare le immagini quando si tratta di combattimento. A parlare è il Che del discorso all'Onu del 1964, è il Che dei campi di addestramento alla guerriglia e alla rivoluzione. A parlare sono immagini concitate di lotta urbana di piani sequenza e di inseguimenti quasi telecamera in spalla.
Il lavoro di Soderbergh è ben fatto, non corre nel classico rischio dell'agiografia, nè scontenta i molti che come il sottoscritto ancora ricordano con piacere quella foto di Alberto Korda e che hanno quella foto nel terzo cassetto dell'armadio, stampata su una maglietta.
Forse un po' lento a tratti, ma uno splendido Benicio del Toro ci ricorda l'importanza della recitazione nel cinema degli special effects. In attesa dell'inizio della guerriglia.

(un 7, convintamente)

lunedì 6 aprile 2009

Cuore Granata

Sono sempri tempi duri per il Toro. A parte qualche momento della storia, i colori bianconeri hanno sempre oscurato, in quanto a vittorie, il cosiddetto cuore granata. Epperò questa squadra operaia dal glorioso e sfortunato passato è sempre pronta a stringersi intorno alla sua storia e a tirare fuori la grande prestazione delle ultime giornate che ti permette il colpo di reni, per restare in serie A. Questo per il calcio pane e salame, il calcio d'altri tempi, di Rivera che non si sporcava gli scarpini e di Giuanin Lodetti. Clint Eastwood fa un'operazione non troppo dissimile, e lo fa con la grande saggezza di chi sa che alcune delle idee dei nostri padri ci permetterebbero di affrontare con serietà anche situazioni molto "moderne". E qui che Eastwood ci regala uno splendido film sull'integrazione, certo, ma in particolare sui valori e sullo spirito della vecchia America. L'America della Grande Mela e l'America della frontiera. L'America in cui sono l'onestà e il lavoro a consegnare i galloni della civiltà. L'America in cui un figlio che ha dimenticato i valori della Rivoluzione del 76 non è più degno di rispetto del giovane cinese con tanta voglia di lavorare. Un messaggio semplice, semplicistico forse, ma che vale sempre la pena ricordare, con rispetto per noi, con orgoglio per loro.
Ma continuando a sottolineare quanto Gran Torino sia un film sull'America e non sulla Cina, sull'anima profonda degli Stati Uniti e non sull'atomica iraniana, aggiungo che qualunque altro regista ci avrebbe regalato il solito pout purri di buonismo. Clint Eastwood invece ci regala un film brillante, che strappa addirittura qualche risata. Il regista è anche indiscusso e imbattibile protagonista, vecchio uomo d'onore con le sue rigidità e i suoi insostituibili valori. Bravo Clint, un bel film, anche coraggioso. Un film di cuore e non troppo di testa, un film in cui la storia e il carisma del grande attore vengono prima dei piani sequenza o del montaggio. Un film da cuore granata, dagli angoli non smussati, che ti pungono, e ti commuovono. Come il ricordo dello scudetto 76, o come quello splendido, storico Gran(de) Torino.

(un bel 7,5 almeno)

Bittersweet Life

Ci sono dei momenti in cui odio profondamente essere me stesso. Ad esempio quando apro una cartella da 39 Giga e scopro di dover visionare ancora un'ottantina di film che spaziano tra l'espressionismo tedesco, il neorealismo italiano e il trash americano...
E tuttavia alle volte questa fatica viene ripagata, quando tra il pantano della mediocrità il setaccio trattiene finalmente una piccola pepita. E il caso di Bittersweet Life, gioiellino coreano di Kim Jee Woo, gangster movie di classe e dalla raffinata estetica. C'è dentro un pò di tutto a dir il vero, da Tarantino, a De Palma, a Park Chan-Wook e a John Woo; persino un omaggio al buon Fellini. Un mix bizzarro, ma che tranne qualche sporadica caduta nel grottesco risulta eccezionalmente efficace, visivamente ammaliante. Le coreografie sono ottime, realistiche ma eleganti, incorniciate da una fotografia patinata come una copertina di Vogue. Un noir luccicante, laccato di fresco. Oltre al tema principale della vendetta poi, ho particolarmente apprezzato nell'intreccio la piccola ma fondamentale citazione del day-dreaming, quella attività tanto cara a Poe e a me, nella quale si dipingono, nelle pieghe di un attimo, tanti piccoli paesaggi di sogno. Dolci, dolcissimi, e alle volte anche un pò amari.

giovedì 24 aprile 2008

Something stupid

Sam Spade è un uomo pratico. Vive tra il suo tabacco da arrotolare, dietro una scrivania, dietro una porta a vetri, dietro una targa che lo classifica, prima ancora che come detective, come eroe noir. Humphrey Bogart ha la faccia da sigaretta, passo dopo passo lo crea, l'eroe. Un'occhiata. Un cenno del volto, un paio di parole trascinate. Quel sorriso inconfondibile e l'impermeabile.
Philip Marlowe è un uomo coraggioso. Vive dietro i suoi clichè hard boiled, guarda il ticchettare delle gocce sul vetro, ascolta le immagini di una Los Angeles brumosa come Ouistreham, pensa che quelle facce di Robert Mitchum, di Elliott Gould, di Bogart himself, sono solo facce da bassifondo, come lui insomma, facce da wiskhey on-the-rocks.
Ci sono persone che quando guardano la pioggia lanciarsi sui vetri, si sforzano di bucare la finestra con gli occhi, per cercare in fondo alla via un uomo che si allontana velocemente da un lampione. Sentono una musica, chiara, nitida. Un sassofono struggente, e mi viene solo un esempio fuori tempo massimo per gli hard boiled, Gato Barbieri, e over the hill. E ripensano a quelli che ci sono passati, dal padre nobile John Houston al coro popolo di Robert Altman.
Questo blog è consacrato a un paio di questi raminghi del cinematografo, che quando escono dalla sala non possono fare a meno di parlare di scelte stilistiche, piani sequenza e di citare una trentina di film di rimando o di proposta visione. Che citano Kurosawa, Coppola o preferibilmente De Palma.
Si dividono, e spesso, quando parlano di Altman. Si dividono, e spesso, quando parlano di horror. Si dividono, e spesso, quando parlano di Funny Games. Si dividono, e spesso, quando parlano di James Ivory. Ma per loro due, finalmente un taccuino. Fatto di uno e zero, di transistor e fotoni. Ma tant'è, quando usciranno dal cinema avranno di che ricordare le loro serate.